
La notizia è arrivata nella notte, attraverso le immagini di un flare che cadeva al centro del più grande impianto nucleare in Europa, nel sud dell’Ucraina. Una forte luce, poi i numerosi attacchi che hanno colpito parte delle strutture della centrale nucleare.
A cadere nell’obiettivo dei colpi di artiglieria e lanciarazzi gli uffici tecnici della centrale, che hanno preso fuoco. E quindi non le strutture contenenti materiale radioattivo, come molti media hanno erroneamente riportato. Secondo il Ministero delle situazioni di emergenza ucraino, nell’operazione volta ad estinguere l’incendio sono state 40 le persone e 10 i veicoli coinvolti. I pompieri, però, hanno avuto difficoltà a raggiungere il luogo a causa degli spari. L’impianto – che riforniva il 25% dell’energia elettrica del paese – sarebbe caduto ora in mano alle forze russe.
Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky questa notte «sarebbe potuta essere la fine della storia dell’Ucraina e dell’Europa» e ha aggiunto: «sapevano cosa stavano colpendo, hanno mirato direttamente il sito».
«Popolo di Russia, come è possibile. Abbiamo combattuto insieme le conseguenze del disastro di Chernobyl del 1986. Ve lo siete dimenticato? Se ve lo ricordate non potete stare in silenzio. Dite ai vostri leader che volete vivere».
Secondo il quotidiano locale The Kyiv Indipendent, il presidente ucraino avrebbe anche ammesso che un disastro nucleare a Zaporizhya sarebbe stato 6 volte più grave di quello di Chernobyl. Il ministro degli esteri ucraino Dmytro Kuleba, invece, avrebbe stimato un pericolo 10 volte più grande di quello avvenuto nell’86. Chieste inoltre sanzioni più aspre in seguito al grave attacco, con l’invito ormai costante a scendere in piazza contro il presidente russo Vladimir Putin.
Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del CNR, membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze e direttore della rivista “Sapere” ha spiegato che un disastro nucleare «è possibile, è un rischio», che sia per gli attacchi militari o per lo stress del personale dovuto alla guerra. «Queste centrali – spiega Armaroli – non sono state pensate per resistere a un attacco militare, anche convenzionale. Un altro problema è legato al funzionamento delle centrali nucleari che hanno bisogno in continuazione di elettricità e di essere raffreddate ad acqua».
«Non dobbiamo dimenticare che anche a Fukushima, in Giappone, è accaduto questo, seppure in seguito a un disastro naturale. Il terremoto ha causato lo tsunami che a sua volta, superando il muro che era stato costruito troppo basso, ha disattivato i motori diesel che dovevano raffreddare la centrale. Insomma, in una situazione di guerra il rischio, anche senza pensare a un missile, è che non siano garantiti elettricità ed acqua». Inoltre «come potrebbe un personale che già in condizioni normali lavora sotto stress operare in questa situazione? Ricordiamo che anche a Chernobyl l’errore umano fu determinante».
I fatti di Zaporizhya hanno portato il terrore di una nuova Chernobyl in Europa. Paura concreta ma velocemente messa via dalle dichiarazioni degli esperti, che hanno assestato la sicurezza del posto. Infatti l’AIEA – Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ha dichiarato che nel corso della notte non c’è stato alcun cambiamento nei livelli di radiazioni dell’area. Notizia poi confermata dal direttore della centrale nucleare, che ne ha garantito la sicurezza. Resta la scelleratezza di un attacco spietato contro una struttura delicata come quella di una centrale nucleare. Ma sappiamo che, nella guerra, non esiste razionalità.
Di Ciro Giso
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