
Arriva un carico di libri dalla Tunisia per l’inclusione culturale
Chi sono i detenuti delle carceri italiane? Il report annuale dell’associazione Antigone conferma la grande presenza, in Italia, di detenuti di origine straniera. Si tratta del 31%, la cui maggioranza è composta di persone arabofone.
Il buio delle celle si fonde al silenzio in cui non esistono parole note o familiari, generatrici di conforto e intenzioni migliorative. In carcere il senso di giustizia può assumere diverse sfumature in base a limiti burocratici o contesti discriminatori.
Abbiamo intervistato Lodovico Mariani, desk per Libia e Sud Africa per l’Ong Un ponte per in merito all’iniziativa “Kutub Hurra. Un ponte di libri attraverso il Mediterraneo”, in cui sono stati consegnati libri in lingua araba al carcere di Livorno.
«Ci piace dire che noi di “Un ponte” non esportiamo la pace, bensì cooperiamo con organizzazioni di tutto il mondo per “fare insieme la pace”, che è qualcosa che si fa insieme e, di questi tempi, ne sappiamo qualcosa».
«Collaboriamo da diverso tempo con l’associazione Lina Ben Mhenni. Ci sentiamo per individuare possibili cose belle e interessanti per costruire ponti.
Lina Ben Mhenni era detta una delle voci della rivoluzione tunisina. Era una blogger abbastanza famosa, diventata lo spirito di quella rivoluzione pacifica che ha portato al cambio di regime, il primo di tutti i movimenti del 2011 verso la caduta di Ben Ali e, quindi, era una figura molto riconosciuta all’interno della comunità tunisina laica e di sinistra. Non ci vergogniamo a dire che è una cosa che ci piace, questa.
Una delle cose che Lina, con tutti i suoi amici, faceva in modo informale era farsi regalare libri che, a sua volta, regalava a tutti i giovani che erano stati arrestati durante manifestazioni in Tunisia e che si trovavano in una condizione dove non avevano nulla. Avere la possibilità di leggere, di studiare durante la detenzione è estremamente importante per mantenere una propria relazione con il fuori».

«È un’espressione araba che significa “libri liberi”. Guardando all’esperienza di Lina Ben Mhenni ci siamo girati verso casa nostra, dove oggi più del 40% dei detenuti è di origine straniera, con una stragrande maggioranza madrelingua araba. I libri arrivati dalla Tunisia sono preziosi per le carceri italiane, dove testi in lingua araba quasi non ce ne sono, e rappresentare per molte persone che non hanno sufficiente confidenza con la lingua italiana la possibilità di leggere, di sentirsi a casa. Lo sappiamo tutti, anche se siamo molto bravi in un’altra lingua, la nostra lingua madre ha un altro effetto, quasi curativo. Avere un pezzo della propria terra e qualcuno che ti ha pensato e che ti ha portato questi libri, innesca un meccanismo molto potente che a noi piace pensare come un segnale di pace e di condivisione. Perché non è solo il momento della lettura, ma è tutto quello che il libro si porta dietro: i suoni, i ricordi, la possibilità di raccontarlo, di farne dei laboratori, un modo per sentirsi meno soli e meno lontani da casa.
Tutte queste persone, questi esseri umani sono momentaneamente in carcere, dove dovrebbe avvenire la riabilitazione, ma è stato presentato l’ultimo rapporto sullo stato delle carceri di Antigone e, purtroppo, non siamo in una condizione idilliaca.
Quando sei detenuto in un paese che non è il tuo, è tutto più difficile e ci sono alcune complicazioni che non sono date volontariamente dal sistema, ma da una struttura che rende tutto difficile ed essendo in una condizione di fragilità, la detenzione diventa ancora più brutale. Faccio un esempio: ogni detenuto, ad un certo punto della sua pena, ha diritto ad alcuni giorni di permessi di uscita, proprio per cominciare a ricostruire una relazione con il mondo esterno. Però, per farlo, bisogna avere un domicilio e, molto spesso, succede che detenuti stranieri non ne abbiano uno o non formalmente. Ovviamente questo progetto non si occupa di questo, ma sappiamo che ogni ingresso in carcere, ogni segnale di riconoscimento dell’esistenza di chi è all’interno di una struttura detentiva è qualcosa che rende più umana tutta la struttura e rende più umane le persone che ci stanno dentro. Il rischio delle strutture totalizzanti è quello di deumanizzare chi è dentro, il poterlo fare con la popolazione tunisina che dona dei libri a queste persone è una cosa molto bella e che unisce. E qualsiasi cosa unisce in questo momento ha un valore che riteniamo molto importante».
«In Toscana abbiamo un comitato locale già in relazione con associazioni che si occupano di carceri e ci ha portato ai contatti con quelle di Livorno. Una cosa per noi molto importante è che tutte queste cose non le facciamo mai da soli: il concetto di rete e di spirito di collaborazione e di contaminazione tra persone e organizzazioni fa parte del DNA di Un ponte per, quindi c’è sicuramente la relazione con la direzione del carcere di Livorno, con il garante per i detenuti Marco Solimano, l’associazione CESDI che si occuperà dell’utilizzo dei libri all’interno del carcere, l’associazione Controluce per il carcere di Pisa, l’università di Firenze che ci aiuterà a entrare in altre, Arci, c’è insomma una grande rete di organizzazioni che hanno reso tutto questo possibile e siamo orgogliosi di dire, ad oggi, che tutto questo lo stiamo facendo in un’ottica di spirito di volontariato. Speriamo di poter espandere questo progetto -noi siamo ambiziosi- in tutta Italia. Stiamo lavorando già con il carcere di Pisa per fare la stessa cosa».
Questo mese, presso la Casa circondariale di Livorno, sono stati consegnati i libri giunti dalla Tunisia. “Un ponte per”, il direttore del carcere e il garante comunale dei detenuti hanno firmato la convenzione utile all’ingresso dei libri e alle attività ad esso legate. Una vera e propria operazione culturale d’emergenza, che mira a raggiungere le sensibilità di tutti e di regalare conforto e speranza per ricominciare a vivere.
Questo mese il Mar Mediterraneo è stato solcato da un’onda di pace, dove le rotte migratorie continuano a trasformarsi in traversate senza più terra, in uno spazio dove sembra che gli esseri umani non bastino perché si agisca umanamente
In memoria di Lina Ben Mhenni.
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