
«Il nostro incontro è avvenuto attraverso l’associazione Welcome Refugees. Quando scoppiarono queste emergenze, specialmente ai tempi della guerra in Siria, mi sono spesso chiesta dove questa povera gente potesse trovare pace. Quindi mi sono decisa ad offrire una camera. Erano i primi tempi del Covid e sul sito dell’associazione invitavano chiunque volesse accogliere un rifugiato a registrarsi, così lasciai l’indirizzo di casa mia. Mi chiamarono e vennero dei volontari a conoscermi, facendomi il nome di Ashraf. Lui viene dal Bangladesh, era diventato maggiorenne e aveva superato il limite di permanenza nel centro, quindi cercava casa. Ci incontrammo per la prima volta nella Villa Comunale, poi lui venne con questi volontari a vedere gli ambienti, la sua camera, ed ebbe un po’ di tempo per riflettere. Alla fine decise di venire e io ho avuto questo dono» ci racconta Rosetta.
«Io non dimentico niente di quello che ho passato, è quello che mi sta portando ora avanti. Ricordo le cose buone e quelle brutte. Il mio ricordo peggiore riguarda la Libia. Non sapevo se sarei sopravvissuto» ci racconta Ashraf. Di tutto quello che, con l’aiuto di Rosetta, ha condiviso attraverso il libro, fa fatica a parlare. Ora davanti a lui si aprono nuovi orizzonti e nuove opportunità.
«All’inizio non pensavo che sarei venuto in Italia, ma quando sono sbarcato ho deciso che mi sarei dovuto fermare e cercare qui qualcosa per migliorare.
Ci sono tante cose che sognavo per il futuro. Speravo di avere una buona vita con lavoro, un buon guadagno, e di poter aiutare la mia famiglia. Adesso sto sognando anche qualcosa di più grande. Le cose mi stanno andando bene. Con due miei amici abbiamo deciso di diventare soci e aprire un chiosco di sushi a Messina o a Firenze».
Per Rosetta, che ha trovato in lui un amico, è difficile immaginare che se ne vada, ma è pronta ad ospitare nuovamente.
«Il suo letto resta sempre lì, lui lo sa, però rifarei l’esperienza con la stessa associazione. Mi sono trovata bene, loro ci hanno seguito molto-afferma Rosetta- In questa convivenza con Ashraf abbiamo trovato tanti punti in comune, sembra quasi che si sia realizzato un disegno. Qualche volta abbiamo partecipato a trasmissioni televisive e c’è il tentativo di far passare il mio gesto come qualcosa di eccezionalmente coraggioso. Per me non è stato niente di tutto questo. Dal primo momento che ci siamo visti abbiamo trovato in comune questa tendenza verso il bene, verso la condivisione. Io avevo una stanza da offrire, lui non ha niente e sogna di poter condividere. Ora i suoi sogni sono diventati anche i miei, immaginiamo spesso cosa potremmo fare insieme per aiutare gli altri. Per me non c’è stato nessuno scontro di civiltà: lui è musulmano e io cattolica, ma non c’è differenza. Ama il prossimo tuo è la legge per entrambi».
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