
La violenza domestica colpisce ogni nazione e strato sociale. Si esprime in dinamiche complesse, che si protraggono nel tempo. È agire umano e no, non è “colpa” di un “raptus di follia”. Con l’aiuto della psicologa Benedetta Rizzi, sfatiamo alcuni luoghi comuni sulla violenza domestica.
È frequente, nella narrazione giornalistica, ricondurre il femminicidio ad un raptus di follia. L’autore dell’omicidio agisce, precisamente, in preda ad una furia animalesca che preclude qualsivoglia contegno. Si realizza, con ciò, una scissione tra il momento relazionale esistente tra la vittima e il carnefice e l’ultimo, fatale, episodio di sopraffazione. Del tutto avulso dal contesto che gli è proprio, l’omicidio troverebbe un ancoraggio motivazionale nell’emotività fulminea dell’agente: deprivato della sua lucidità dalla gelosia, dalla collera, dal risentimento, condotti all’estrema manifestazione. Il rischio è, dunque, che il femminicidio trovi una sua giustificazione – quantomeno – mediatica.
Più in generale, anche – anzi, soprattutto – laddove la violenza domestica non risolva nella più efferata recisione della vita umana, è incombente il pericolo di ammetterne la scusabilità sociale. Di rintracciarne l’eziologia nella cultura tipicamente patriarcale che connota alcuni territori più di altri, dandone così una spiegazione, che tramuta in giustificazione tacitamente o espressamente condivisa.
È, quindi, palese l’urgenza di circoscrivere le generalizzazioni, di indirizzare il linguaggio verso formule più precise.
Presupposto indefettibile è un’analisi critica della casistica, che miri da un lato, ad individuare i tratti comuni degli episodi di violenza domestica; dall’altro, ad arginare il rischio di banalizzazioni che investano la personalità del carnefice e le direttrici dei suoi comportamenti.
“Le azioni caratterizzanti le diverse forme di violenza possibile hanno un denominatore comune individuabile nella ricerca di un’affermazione di potere e controllo sull’altra persona. L’obiettivo finale è invadere, manipolare, controllare e gestire pensieri, comportamenti ed emozioni altrui.”
Ce lo spiega la psicologa Benedetta Rizzi, consulente presso il Centro Antiviolenza Aurora di Piedimonte Matese, attiva nei progetti dell’associazione e cooperativa Spazio Donna.
“L’uomo violento, nella maggior parte dei casi, concepisce la donna come un bene proprio più che come persona. Come un essere che non ha diritto all’autonomia economica, di pensiero, di scelta. D’altra parte, pensa sé stesso come legittimato a controllare, dominare e possedere la donna.”
Pecca, dunque, di eccessiva approssimazione chi ascrive la violenza ad un attimo di fulminea quanto letale follia. Tuttavia, lo sgomento che sorregge queste affermazioni è, talvolta, del tutto legittimo. Gli autori di violenza domestica sono, infatti, nella maggior parte dei casi, persone in grado di condurre una vita sociale e professionale normale.
“Spesso sono amici brillanti e apprezzati, a volte s’impegnano in attività di volontariato o occupano posti di rilievo nelle loro attività lavorative,” ci racconta la Dott.ssa Rizzi. “Essi risultano, pertanto, per lo più insospettabili agli occhi altrui. Lo sono al punto da suscitare l’incredulità dei vicini, dei colleghi di lavoro, degli amici e dei conoscenti, quando la violenza è resa nota oltre le mura domestiche.”
Ancora, va arginato il rischio di associare la violenza domestica al retaggio culturale proprio di una particolare astrazione sociale o area geografica.
“E’ importante ricordare che la violenza domestica non ha una sua collocazione esclusiva all’interno di una specifica appartenenza sociale, culturale, etnica, religiosa o economica: vittime e autori si trovano in ogni nazione e in ogni strato sociale.”
Peraltro, la violenza non trova una necessaria correlazione con l’uso di sostanze alcoliche o stupefacenti o con l’essere il carnefice affetto da disturbi mentali. “È vero che l’assunzione di alcol o droghe e situazioni particolarmente stressanti possono abbassare i freni inibitori della persona violenta, e che alcune patologie psichiatriche possono rendere la persona meno abile nel controllare i propri impulsi aggressivi. Tuttavia, è fondamentale ricordare che mettere in atto modalità relazionali e comportamenti violenti all’interno del contesto domestico è sempre una scelta della persona e pertanto essa ne ha la piena responsabilità.”
L’essere esposti a violenza produce altra violenza. “Gli uomini violenti, anche se questo non si è tradotto in patologie, hanno subito più spesso degli altri maltrattamenti in famiglia, o hanno vissuto in contesti familiari nei quali l’uso di comportamenti violenti, degradanti, controllanti, manipolatori caratterizzava la relazione padre-madre.”
Si ingenera, così, un circolo vizioso. Ne sono protagonisti i maltrattanti e le vittime, in particolare dei figli, tendenzialmente inclini a replicare le dinamiche familiari vissute. “Questo dato evidenzia ancora di più la necessità di intervenire precocemente nei casi di violenza domestica, così da preservare il più possibile una crescita armonica dei figli coinvolti e limitare le gravi e variegate conseguenze della VAI (violenza assistita intrafamiliare) sui bambini. Si opera, in tal modo, un’azione di prevenzione rispetto alla trasmissione intergenerazionale delle violenze, sia da parte delle vittime sia dei carnefici.”
La violenza domestica, talvolta sfociante nel femminicidio, non si esaurisce in isolati ed eclatanti atti lesivi. Si inscrive, piuttosto, in un contesto più articolato che segue una dinamica ricorrente.
“Benché non tutti i maltrattanti siano uguali, il comportamento violento nelle relazioni intime segue alcuni schemi e strategie abbastanza comuni e diffuse come: l’uso ripetuto di atti fisici o psichici finalizzati a terrorizzare la vittima; la distorsione emotivache spinge la vittima ad auto rimproverarsi per le sue mancanze (non sono capace di fare niente, non valgo niente) o a giustificare ogni atto lesivo come fosse manifestazione di amore (mi controlla perché è geloso perciò mi ama molto); l’isolamento, la segregazione e il disprezzo della vittima; la minimizzazione (non ti ho fatto niente, non è successo nulla, non ho mai fatto quello di cui mi accusi); lo spostamento di responsabilità sulla vittima (è lei che mi ha provocato); la giustificazione del suo comportamento (al lavoro mi danno il tormento, non ti curi di me); lo sfinimento – ad esempio impedire alla donna di dormire o di mangiare, chiamarla continuamente ecc. – .”
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