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Viva, viva la Befana! - l'Epifania tra storia e tradizione

Redazione Informare
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6 gennaio 20206 min di lettura

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Viva, viva la Befana! - l'Epifania tra storia e tradizione

L’Epifania, o Epifania del Signore, è la solennità con la quale la Chiesa celebra la manifestazione di Cristo ai popoli di tutto il mondo, simboleggiati dai re Magi, Melchiorre, Baldassarre e Gaspare, che gli fanno visita e gli rendono omaggio portandogli in dono dell’oro, dell’incenso e della mirra.

Viene celebrata il 6 gennaio per le chiese occidentali ed orientali che seguono il calendario gregoriano, mentre viene celebrata il 19 gennaio da quelle che seguono il calendario giuliano. Nelle varie culture la celebrazione dell’Epifania si accompagna a simboli e tradizioni diverse, di derivazione molto antica frammiste a contaminazioni più recenti come: l’accensione di fuochi augurali; lo scambio di doni; le feste popolari; e, per finire, l’usanza dei regali ai bambini (nella calza), soprattutto nei paesi di tradizione cattolica. In Italia, i doni sono portati dalla Befana impersonificata da una vecchia brutta ma buona (Sì, la befana è buona!), legata secondo la tradizione all’adorazione dei Magi. In Spagna e nell’America Latina di lingua spagnola, i regali sono portati da Melchiorre, Baldassare e Gaspare, in persona. 

Ciò detto, con la tradizione cristiana la Befana non c’entra proprio niente, ma nella tradizione popolare c’è una leggenda che in qualche modo la inserisce come protagonista di questa festa religiosa.

Pare che I Re Magi stessero andando a Betlemme per rendere omaggio al Bambino Gesù. Giunti in prossimità di una casetta decisero di fermarsi per chiedere indicazioni sulla direzione da prendere. Bussarono alla porta e venne ad aprire una brutta vecchina. Le chiesero se conoscesse la strada per andare a Betlemme perché là era nato il Salvatore. La donna che non capì dove stessero andando i Re Magi, non seppe dare loro nessuna indicazione. I tre chiesero alla vecchietta di unirsi a loro, ma lei rifiutò perché aveva molto lavoro da sbrigare. Dopo che se ne furono andati, la donna capì che aveva commesso un errore e decise di unirsi a loro per andare a trovare il Bambino Gesù. Ma nonostante li cercasse da ore non riuscì a trovarli e allora fermò ogni bambino che incontrava per dargli un regalo nella speranza che questo fosse Gesù Bambino. E così, ogni anno, la sera dell’Epifania lei si mette alla ricerca di Gesù e si ferma in ogni casa dove c’è un bambino per lasciare un regalo, se è stato buono, o del carbone, se invece è stato birichino!

Fata, maga, generosa e severa.

Per meglio comprendere l’ambiguità di questo personaggio occorre tornare al tempo in cui si credeva che nella dodicesima notte dopo il Natale, fantastiche figure femminili volassero sui campi appena seminati per propiziare i raccolti futuri. Gli antichi Romani pensavano che a guidarle fosse Diana, dea lunare legata alla vegetazione, altri invece una divinità misteriosa chiamata Satia (dal latino satiaetas, sazietà) o Abundia (dal latino abundantia, abbondanza). La Chiesa, considerandole sataniche, condannò con estremo rigore tali credenze, ma il popolo continuò a credervi ritenendole infernali piuttosto che benefiche. Tali sovrapposizioni diedero origine a molte personificazioni diverse che sfociarono, nel Medioevo, nella nostra Befana. Secondo alcuni è l’immagine dell’anno ormai consunto che porta il nuovo e poi svanisce, secondo altri è vecchia e brutta perché rappresenta la natura ormai spoglia che poi rinascerà. Anticamente, infatti, la dodicesima notte dopo il Natale, ossia dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura.

La notte del 6 gennaio, infatti, Madre Natura, stanca per aver donato tutte le sue energie durante l’anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, che volava per i cieli con una scopa. Oramai secca, Madre Natura era pronta ad essere bruciata come un ramo, per far sì che potesse rinascere dalle ceneri come giovinetta Natura, una luna nuova. Prima di perire però, la vecchina passava a distribuire doni e dolci a tutti, in modo da piantare i semi che sarebbero nati durante l’anno successivo. In molte regioni italiane infatti, in questo periodo, si eseguono diversi riti purificatori, simili a quelli del Carnevale, in cui si scaccia il maligno dai campi grazie a pentoloni che fanno gran chiasso o si accendono imponenti fuochi, o addirittura in alcune regioni si costruiscono dei fantocci di paglia a forma di vecchia, che vengono bruciati durante la notte tra il 5 ed il 6 gennaio. Il suo aspetto diviene così la rappresentazione di tutte le passate pene, assumendo la sua figura un’immagine sacrificale. 

La Befana coincide quindi, in certe tradizioni, con la rappresentazione femminile dell’anno vecchio, pronta a sacrificarsi per far rinascere un nuovo periodo di prosperità. Nel tempo questo significato è stato sostituito; nella cultura italiana attuale, infatti, la Befana non è tanto vista come la simbolizzazione di un periodo di tempo ormai scaduto, quanto piuttosto come una sorta di “Nonna buona” che premia o punisce i bambini. È una tipica figura folkloristica di alcune terre appenniniche del centro Italia. Attualmente la sua figura è un po’ offuscata essendo stata soppiantata dal simpatico vecchione con la lunga barba bianca e col vestito rosso bordato di bianco che, importato in Italia, è un po’ il simbolo di un Natale materialistico.

Se Babbo Natale è un panciuto vecchione (più gradevole agli occhi), la befana è iconograficamente fissata in una vecchia sdentata, piuttosto sciatta, con i capelli grigi arruffati coperti da un fazzoletto annodato sotto al mento o da un cappellaccio dal lungo cono e dalle tasche larghe, con un’ampia gonnella scura rattoppata. Ha sulle spalle uno scialle, ai piedi un paio di ciabatte consunte. Cavalcando una scopa, vola nel cielo nella notte tra il 5 e 6 gennaio; le sue spalle curve per gli anni lo sono ancor di più sotto il peso del grande sacco pieno di giocattoli, cioccolata e caramelle, ma anche cenere e carbone. Giunta sui tetti si cala in ogni camino e riempie con i suoi doni le calze di lana (un tempo realizzate dalle mamme e dalle nonne ai ferri), penzolanti sotto le cappe, lasciate dai bambini la sera del 5 gennaio al momento di andare a letto. Ai buoni: giocattoli e dolci; ai cattivi: carbone, cenere, agli, cipolle e carote. Poi la befana svuota il bicchiere di vino, mangia l’arancia o il mandarino, lasciategli dai bimbi per ringraziarla e risale la canna fumaria per completare il suo giro. Un tempo i giocattoli richiesti non erano alla portata neppure della befana stessa, essendoci molta povertà. I regali si riducevano a caramelle di orzo fatte a casa, lupini, castagne o tuttalpiù noci. Rari i dolciumi e la cioccolata. Per i bimbi poverissimi ancor meno. Spesso i giocattoli erano fatti in casa: le pupattole di stoffa o piccole pistole realizzate con le canne da pesca.

La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte, con le toppe alla sottana, viva viva la Befana!

di Salvatore Sardella

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