
“Verba volant scripta manent” affermavano i latini. Questo antico proverbio, che trae origine da un discorso di Caio Tito al senato romano, insinua la prudenza nello scrivere, perché, se le parole facilmente si dimenticano, gli scritti possono sempre formare documenti incontrovertibili. Viviamo ormai nell’era dei “socials” e la comunicazione è sempre più pendente verso le “Apps” di messaggistica come “WhatsApp”, ovvero applicazioni che permettono agli utenti di inviare, attraverso chat, ogni sorta di contenuto, come per esempio, messaggi vocali, di testo e video, in modo immediato ma soprattutto gratuito.
Per cui, ormai sovente capita che, a seguito di conversazioni avvenute tramite chat, si possano ricevere messaggi con contenuto minaccioso, espressioni offensive, oppure si possano ricevere messaggi che confermano un proprio credito da riscuotere. Ed allora ci si chiede: è possibile usare questi messaggi in un processo? Ed a che condizioni?
Dal punto di vista processuale, l’acquisizione in giudizio delle prove contenute nei messaggi WhatsApp può avvenire secondo diverse modalità; si va dalla testimonianza allo screenshot, alla trascrizione con consegna dell’apparato, oppure al deposito di copia conforme dei messaggi.
Pertanto, è estremamente importante prestare attenzione a ciò che si scrive in chat poiché le conseguenze non sembrano più essere di poco conto.
di Davide Daverio
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