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Willy: il razzismo con cui è stato raccontato l'omicidio

Redazione Informare
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18 settembre 20205 min di lettura

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Willy: il razzismo con cui è stato raccontato l'omicidio

Quella notte, a Colleferro, Willy Monteiro Duarte avrebbe cercato di sedare una lite tra un suo compagno di scuola e un gruppo di quattro ragazzi che, per vendicarsi dell’affronto, lo avrebbero aggredito e picchiato fino ad ucciderlo. Una rissa.
Una lite.

Questo quanto messo nero su bianco dagli inquirenti. Eppure, nei giorni che hanno seguito l’omicidio di Willy, le pagine dei giornali si sono riempite di supposizioni narrativamente invitanti date in pasto all’opinione pubblica, cui hanno seguito le solite strumentalizzazioni politiche. Omicidio razzista. Il rischio, però, è quello di cadere nella stessa trappola che ci si vaneggia di denunciare – il razzismo – e ignorare le cause strutturali della brutalità dell’evento. 

Il razzismo esiste. Sì, in Italia, non solo negli Stati Uniti. Ed è sistemico. A volte si manifesta attraverso le aggressioni, l’uso della violenza fisica o verbale. Altre volte (più spesso) si manifesta in maniera subdola e ipocrita, forse più “raffinata”, ma non meno dannosa. Pasolini l’avrebbe chiamata tolleranza. La tolleranza di una società razzista che si gratifica del suo spirito tollerante. 

«La tolleranza, sappilo, è solo e sempre puramente nominale. […] E questo perché una “tolleranza reale” sarebbe una contraddizione in termini. Il fatto che si “tolleri” qualcuno è lo stesso che lo si “condanni”. Infatti, al “tollerato” – mettiamo al negro – si dice di far quello che vuole, che egli ha il pieno diritto di seguire la propria natura, che il suo appartenere a una minoranza non significa affatto inferiorità eccetera eccetera. Ma la sua “diversità” o meglio la “colpa di essere diverso” resta identica sia davanti a chi abbia deciso di tollerarla, sia davanti a chi abbia deciso di condannarla.»
(Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, Garzanti, Milano 2015)

Willy è un tollerato della società. Intrappolato all’interno di un “ghetto mentale”, dentro i limiti invincibili stabiliti da una società che, mostrandosi tollerante, tiene (e terrà) eternamente presente la sua diversità. A mostrarlo proprio il modo in cui il suo terribile omicidio è stato raccontato dai mass media e accolto dall’opinione pubblica. 

In un attimo, Willy è stato trasformato in un’icona del razzismo. Vittima dell’odio verso il diverso, verso lo straniero. Non importa che la narrazione dei fatti mostri che si trovasse nel posto sbagliato al momento sbagliato.  Non importa che la sua colpa sia stata quella di essere coraggioso e di non rimanere indifferente di fronte alla prepotenza. Non importa nemmeno che ad essere preso di mira dai “picchiatori” fosse l’amico, Federico, bianco quanto loro. È stato omicidio razziale. Sicuro. Perché Willy era nero, tanto basta. 

Il fatto che i presunti assassini siano Bianchi (di nome e di fatto) e che il loro aspetto sia degno di un naziskin di certo non ha aiutato. E non ha aiutato nemmeno la frase circolata via web che avrebbero pronunciato “uno o più” familiari dei Bianchi: hanno ucciso solo un immigrato. Una frase certo estremamente grave, della cui autenticità però non si è per niente certi. E che anche se fosse stata effettivamente pronunciata (cosa alquanto improbabile) non cambierebbe la storia né le testimonianze. Viene da chiedersi: se gli assassini fossero stati neri e la vittima bianca? Qualcuno avrebbe parlato di razzismo? Di odio verso il diverso? No, la vittima sarebbe stata solo vittima e i colpevoli sarebbero stati raccontati solo come criminali, assassini, immigrati da cacciare via perché “è la loro cultura”, “al loro paese si fa così”, magari togliendogli l’immeritata cittadinanza italiana. Perché in Italia il razzismo è unidirezionale, dei bianchi verso i neri, gli unici a poter essere razzializzati e vittimizzati. Perché “al nostro paese si fa così”. 

Intanto, la Procura di Velletri ha escluso l’aggravante razziale e ha deciso come capo di imputazione “omicidio volontario aggravato da futili motivi”. Il gip ha parlato chiaramente di “incapacità di controllo di impulsi violenti”, tanto da non essere ostacolati né dalla presenza di testimoni né dalla vicinanza alla caserma dei carabinieri. Ma non importa. Per la gente stato omicidio razziale. Sicuro. Perché Willy era nero. Peccato che oltre ad essere nero fosse un ragazzo. Un ragazzo privato della sua identità e intrappolato nel colore della sua pelle, anche dopo la sua morte. 

Le riflessioni superficiali e il velo dello scontro politico impediscono di vedere le crepe profonde nel tessuto sociale che ci siamo costruiti, da sempre fragile, da cui escono i giovanissimi assassini di Willy, il branco di stupratori di Matera, così come i carnefici del Circeo, quasi cinquant’anni fa. Mostri, figli di qualcuno, ma non certo i nostri. Con il culto dei muscoli, del denaro, delle donne e, soprattutto, del potere. Con il gusto della violenza, della sopraffazione, della vendetta. Non molto dissimile da quello di chi per “giustizia” incita allo stupro in carcere, alla castrazione o al pestaggio in pubblica piazza (la mascolinità che toglie mascolinità al colpevole). Una mentalità fascista (al di là di ogni etichetta politica) e machista oltre che criminale, di cui la società fa fatica a liberarsi. Ma per fortuna Willy era nero. Omicidio razzista. Sicuro. Meglio chiamarlo così.

di Giorgia Scognamiglio

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  • #Omicidio
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  • #Willy Monteiro
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