
“Cover 3.0” è l’allucinata narrazione di Maristella Eiseinberg, adattata al teatro da Luigi Imperato e diretta da Rosario Lerro. Messo in scena al Civico 14, lo spettacolo cattura lo spettatore già attraverso la scenografia. Sul lato destro del palco, in cantuccio, siede una donna, mentre sul lato sinistro è visibile un pannello bianco. Utilizzando un gioco di ombre, sul pannello sarà possibile vedere quattro figure: personaggi e coscienza di Adele, la protagonista, a seconda del caso.
Adele se ne sta seduta su di un divano e non fa altro che lamentarsi. Procedendo nella visione si scoprirà che il suo modo di fare indisponente e arrogante è in realtà dovuto ad un trauma mai superato. Adele ha sempre cercato di tenere la sua vita in ordine, di non creare problemi. E questo modo di comportarsi ha causato la falsa impressione, nelle persone che le stavano intorno, di avere a che fare con una donna solitaria. Caratteristica che non corrisponde alla persona di Adele, eremita moderna, che ama far credere di essere indipendente, quando invece è tormentata da una profonda solitudine.
E dopo la sfortunata morte di suo marito, Adele decide di allontanarsi da chiunque avesse finto di volerle bene, solo per approfittarsi della sua diligenza.
Problema comune alle persone autosufficienti, la mancanza di affetto diventa in “Cover 3.0” il motivo di una nevrosi che si scopre essere vera e propria pazzia. Le ombre che si agitano sul pannello bianco ammiccano all’ambiguità. Sono persone reali? Sono voci che Adele sente nella sua testa? La decisione è rimandata allo spettatore che, fin dalle prime battute, conosce anche un secondo personaggio.
Pedro, il ballerino di tango argentino del piano superiore, assente dal palcoscenico, ma presente in virtù della sua assenza. Per tutta la rappresentazione il fastidio di Adele nei confronti di quest’uomo non sarà mai nascosto. Solo nel finale le carte verranno ribaltate. Quando Adele, tramando contro Pedro, riuscirà con uno stratagemma a farlo infortunare con l’esplicito fine di potergli prestare soccorso e affiancarlo durante la convalescenza.
La solitudine gioca tiri perfidi.
di Marco Cutillo
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