
David Bowie? Artista. Nel significato globale che questo termine possa includere. A sei anni dalla morte del Duca Bianco, la sua icona giganteggia nella hall of fame della cultura internazionale musicale. Vidi per la prima volta un suo concerto attraverso una emittente privata. Era il 2008 e in quell’occasione venne trasmessa una data dell’Aladdin Sane Tour in Giappone. Fu un vero shock: lui, l’uomo venuto dalle stelle, capelli platinati, cipria e trucco. Un viso che pareva di cera, un occhio chiaro, l’altro scuro.
Da quel giorno entrai in contatto con il suo mondo glam, le liriche allucinate e impegnate. È stato un precursore, un profeta. Pensiamo a Heroes (1977), che anticipava un determinante cambiamento geopolitico: la caduta del Muro di Berlino del 1989. Oppure a Lazarus del 2016, cui videoclip verrà ricordato come il suo ultimo saluto. Delimitarlo ad una sola aerea sarebbe come omettere il suo apporto artistico in discipline differenti alla musica: teatro, cinema ed arte hanno influenzato Bowie così come lui ne ha cambiato alcuni paradigmi. Del fenomeno David Bowie, parliamo con Alfonso Amendola, Professore associato di Sociologia dei Processi Culturali presso l’Università di Salerno. Insieme alla Professoressa Linda Barone, ha scritto il libro “Far above the World. David Bowie tra consumi culturali e analisi del discorso”, ripercorrendo sostanzialmente l’opera e il personaggio di Bowie.
Cosa è rimasto del linguaggio musicale di Bowie e che cosa possiamo ereditare da album come Low, primo capitolo della Trilogia Berlinese?
«È rimasto tantissimo. La sua trasversalità musicale, le sue incursioni negli stili, il desiderio di amalgamare in un’unica grande tensione espressiva sperimentazione e pop. Qualcosa che un grande teorico come Walter Benjamin avrebbe amato. Resta la sua grande capacità di saper guardare al sistema espressivo delle grandi avanguardie novecentesche come un continuo nutrimento immaginifico. Resta l’idea di fondo che fare musica significa avere un bagaglio di sensibilità e tentazioni culturali di grande ampiezza. Resta lo sguardo lungimirante di un musicista che non si è mai fermato dinanzi a nulla. Tutti devono qualcosa al Duca Bianco. Per quanto riguarda “Low” oggi è impensabile pensare un territorio di sperimentazione senza far riferimento a questo disco del 1977 dove è fondamentale la presenza-regia di Brian Eno. Questo disco insegna ancor’oggi a noi del ventunesimo secolo che la contaminazione in musica è l’assoluto dominante!»
La sua figura è legata anche all’ambito teatrale, in particolare quello della mimo-tecnica…
«Bowie deve tanto all’avanguardia dei primi trent’anni del Novecento, ma paradossalmente anche l’avanguardia “deve” qualcosa a David Bowie e alla sua capacità di aver saputo tradurre in chiave pop e mainstream i grandi immaginari di quella temperie culturale. Tra i suoi grandi riferimenti culturali e intellettuali, accanto a William Burroughs e Andy Warhol, c’è sicuramente un maestro del teatro, della danza e del mimo che fu Lindsay Kemp. Dal suo magistero, Bowie recupera la divorante capacità dello stare in scena, la consapevolezza del corpo scenico, la mimo tecnica come altissimo livello espressivo. Il suo Ziggy sarebbe stato impensabile senza il dialogo e la formazione attoriale con Kemp. Un grande insegnamento che Bowie riconosceva a Kemp, suo maestro e per cinque anni suo amore, fu anche la grande libertà dell’immaginazione e il lavorare attorno a tutte le invenzioni possibili».
Nel campo dello spettacolo, della comunicazione e della multimedialità, qual è stato l’apporto di Bowie?
«Centrale. È importante ricordare che la costruzione immaginifica di David Bowie avviene nel cinema contemporaneo anche dove il cantante interpreta sé stesso in indimenticabili e preziosi camei: il più famoso è Christiane F.: Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Ulrich Edel nel 1981. Altro discorso riguarda in che modo l’immaginario cinematografico ha “utilizzato” a sua volta l’immaginario musicale di David Bowie. Sovente la presenza sonora del nostro ha una duplice valenza. Da un lato è un riuscito amplificatore poetico emozionale e dall’altro la scelta della canzone è momento altamente risolutivo e “necessario” alla
costruzione della storia. E a partire dalla sua “presenza” nel cinema riusciamo a capire la sua potenza di grande comunicatore. Capace di attraversare differenti sistemi: quindi non solo il cinema, ma l’intero sistema mediale, il marketing e la finanza».
Andy Warhol e David Bowie. Incontro importante. Cosa ci racconta questa collaborazione?
«Fu un dialogo bello ma conflittuale. Cresciuto nel culto della pop-art warholiana, il dialogo con Andy è una costante che lo accompagnerà per tutta la vita. Ed è proprio grazie al dialogo con Andy Warhol (già “creatore” dei Veltet Underground, ndr) e alla sua Silver Factory che il giovane Bowie comprende il valore del glam. Grazie all’inventore della Pop Art, il cantante comprende la necessità di sperimentare sul proprio corpo le identità multiple e le variazioni di auto narrazioni. A Warhol, David Bowie dedicò una traccia
omonima, divenuta tra le più celebri del Lato B di Hunky Dory. L’incontro con Warhol avviene a New York Il 7 settembre del 1971. Mitologia vuole che la canzone non piacque, l’incontro non fu tra i più felici. Quando, in occasione del viaggio in terra americana per la firma del contratto con la RCA, il cantante fece ascoltare l’acetato appena stampato al suo beniamino, questi reagì uscendo dalla stanza. È interessante ricordare che Bowie seppe definire l’artista statunitense come “un cinema permanente”, “una galleria d’arte”, che
non è possibile separare dallo schermo e che “vuole mettervi tutti nel mio spettacolo”. Bowie, infatti, anticipò la decisione di sfidare il compiacimento dei consumatori, assumendo il ruolo di tela bianca sulla quale tracciare l’orbita della sua stella. Inutile dire che la matrice warholiana tornerà ciclicamente nell’epopea di Bowie. Andy Warhol sarà una costante che accompagnerà sempre David Bowie. Dalla polvere di stelle alla stella nera».
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