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Mauro Caputo, ’o riggiolaro con la voce quieta

Redazione Informare
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20 luglio 20174 min di lettura

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Mauro Caputo, ’o riggiolaro con la voce quieta

Negli anni settanta l’annuncio dell’estate lo facevano le radio private che a noi piaceva chiamare libere. Le canzoni erano a portata di mano con i mangianastri. D’estate di più. Qualche volta effettivamente mangiavano il nastro sfilacciando le musicassette senza guardare in faccia a nessuna, false o con il timbro della SIAE, e a prescindere dalla stagione.
La musica usciva dai teatri e dai dischi, dalle sale da ballo e ci accompagnava nella quotidianità. Diventava veramente la colonna sonora di giornate qualunque, passate a casa a cucinare o sul luogo del guadagno: un cantiere edile, un mercato ortofrutticolo, un appartamento da rifinire.
Abballavamo, litigavamo e c’innamoravamo con le canzoni della radio. Anzi le canzoni che la radio in qualsiasi momento del giorno (forse le chiamavamo radio libere perché avevano veramente liberato la musica) scandivano anche le fasi di un lavoro. ‘O riggiularo, il piastrellista, per fare il suo lavoro ed essere pagato doveva trovare l’armonia e le canzoni aiutavano. Mauro Caputo è morto il 24 maggio 2017, a 73 anni, ed è un peccato. Una bella voce, quieta, mai esibita, possiamo dire quasi timida.
Faceva ‘o riggiularo, metteva le piastrelle, le riggiole. La prima linea, poi la seconda e poi la terza… con armonia possiamo spingerci a dire con melodia come voleva la tradizione della “scuola dei riggiolari napoletani” fondata nel 1450 dal primo re della dinastia aragonese – Alfonso, il magnanimo – chiamando a Napoli Juan al Murcì, direttore delle ceramiche di Manises a Valencia.
Negli anni settanta a Radio Volturno – 14.87.750 Mhz – vi era un appassionato e competente dj che conduceva tutti i giorni da mezzogiorno alle 2 del pomeriggio, poi cominciava ‘a cuntrora, un programma di canzoni napoletane “Napoli, tarallucci e vino”. Non aveva dubbi Carluccio Ambrosca: Pe sempe era la canzone che più di tutte segnava quel periodo. Era la sintesi più riuscita della melodia napoletana successiva alla canzone dei grandi interpreti classici del dopoguerra (Sergio Bruni, Aurelio Fierro, Giacomo Rondinella, Mario Abbate, etc).Mauro Caputo – insieme ad altri cantanti di quel periodo come Nino Fiore, Tony Astarita, Antonio Buonomo, ed in modo diverso dalla sceneggiata-western di Enzo Di Domenico e Mario Merola –  rappresentò il modello del cantante veteromelodico distinto dal successivo neomelodico. Giulietta Sacco mi limito a citarla perché descriverla è impossibile, dovrei raccontarvi del fado portoguese di Amalia Rodriguez e spiegare come la critica musicale italiana a volte è “sonoramente” provinciale. Si partiva dall’ugola tremante e dai ricami della voce nasale di Sergio Bruni per approdare ad una canzone melodica molto più popolare e democratica.Per capirci componevano tutti, cantavano tutti e producevano tutti. Le radio e le televisioni private (anche loro libere) davano un microfono, un disco ed una telecamera proprio a tutti. Questa abbondanza democratica ci ha fatto perdere il senso della qualità di un artista come Mauro Caputo ed è un peccato.
Nel 1978 Pe sempe, uscì prima come 45 giri (lato b “Senza Gelusia”) e poi in un 33 giri con altre canzoni di ottima fattura come “T’aggià scurda”, “Canzone pe’ Maria”. A me piaceva tantissimo “Sulo ca fantasia”. Copertina con fondo rosa e due sagome nere. Un uomo che bacia la mano di una donna. 200.000 copie ufficiali vendute.
Pe sempe, i cui autori erano De Rosa e Orabona, ebbe il pregio e la qualità della bella canzone. Alle prime note ti fermavi e volevi ascoltare l’attacco “Comm’aaa primmaaaa seeera paarlame e dimme ca mu vuò bene, giurame nun ce lassamme cchiù”
Capite la cosa? Lui non è uno sbruffone. È quieto e la ama disperatamente ma con timidezza. È timido anche ad essere disperato d’amore. Non ci girà intorno, va per la linea diritta. Non gli dà uno schiaffo in faccia. Non è un guappo e gli dice la verità, la sua verità. “Facciamo come se non fosse successo niente, partiamo dalla prima sera, non la seconda, la prima, e dimmi quello che io ricordo perché io ricordo che tu mi dicesti che mi volevi bene e adesso giurami che non ci lasceremo più.”
Potevi stare a Napoli nei Quartieri Spagnoli, a Destra Volturno nella macelleria da Liberato, al Lido Timone o quello del Gabbiano o in un “luogo” a Casal di Principe ma quando partivano quelle note volevi ascoltare “Comm’aaa primmaaaa seeera paarlame e dimme ca mu vuò bene, giurame nun ce lassamme cchiù

Caputo
Caputo

di Vincenzo Russo Traetto

Tratto da Informare n° 171 Luglio 2017

Tags
  • #Mauro Caputo
  • #musica
  • #napoletana
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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