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Magazine di promozione culturale, periodico mensile gratuito, che nasce nel 2002 a Castel Volturno, fondato da Tommaso Morlando, in concomitanza con una forte attività associazionistica praticata dal Centro Studi Officina Volturno sul territorio, in termini di salvaguardia ambientale e testimonianza contro la criminalità organizzata.

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RUBRICA. Vite dietro i fascicoli: i giovani delle mafie

Federica Colucci
Federica ColucciRedazione Informare
12 settembre 20236 min di lettura

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RUBRICA. Vite dietro i fascicoli: i giovani delle mafie

Indice (1)

  • 1“Vite dietro i fascicoli: i giovani delle mafie” di Federica Colucci

“Vite dietro i fascicoli”: forse non c’è un titolo migliore per presentare la nuova firma che arricchirà le pagine del nostro magazine. Dietro ogni provvedimento giudiziario ci sono uomini, donne e giovani che continueranno a vivere oltre la sentenza, così come ci sono vite dietro gli uomini e le donne dello Stato. Molti di questi ultimi si interrogano e, durante il proprio percorso professionale, maturano riflessioni ed emozioni derivanti dall’attività istruttoria o d’indagine. Federica Colucci, Giudice Sezione G.I.P. Del Tribunale di Napoli, è una di quei magistrati che vive la sua professione interrogandosi su come quelle vite dietro i fascicoli siano il riflesso di una società spesso malsana, che in alcuni casi può fomentare comportamenti delittuosi.

Nel suo primo pezzo la Dott.ssa Colucci si è soffermata sui giovani e sull’attrattività che sprigionano i clan mafiosi su di loro, in una narrazione che parte dai fascicoli per entrare in una riflessione intima sui protagonisti umani di quelle vicende giudiziarie. Credo che il magistrato abbia sempre un punto di osservazione privilegiato della società, può vedere l’evoluzione del diritto così come assistere alla trasformazione dei comportamenti sociali in continua oscillazione tra la legalità e l’illegalità. Se c’è chi si chiude a riccio in questo privilegio, c’è chi sente il bisogno di condividere. Allora benvenuta Dott.ssa Federica Colucci perché è grazie a questo spirito che possiamo informare i lettori, offrendo le più svariate prospettive di una società in continua trasformazione. di Antonio Casaccio

“Vite dietro i fascicoli: i giovani delle mafie” di Federica Colucci

Uno dei punti di forza della criminalità organizzata è la capacità di rigenerarsi, di attingere sempre a nuove leve, che vadano a sostituire gli affiliati arrestati nelle operazioni delle FF.OO o deceduti. La cronaca giudiziaria, soprattutto negli ultimi anni, registra – in particolar modo nel napoletano – un generale abbassamento dell’età degli affiliati, fino ad arrivare ad interi clan diretti, organizzati e partecipati da soggetti giovanissimi. Proprio a tale circostanza va ricondotta la maggiore violenza e spregiudicatezza nelle azioni criminali, determinata dalla giovane età, dalla incoscienza e dalla minore esperienza che ad essa si accompagna; basti pensare al fenomeno delle “stese” poste in essere generalmente da affiliati giovani, addirittura talvolta minorenni, con un’insana voglia di affermarsi agli occhi del mondo come appartenenti ad un clan.

Tutto questo ci induce a riflettere: che cosa avvicina i giovani alla criminalità organizzata? Che cosa li induce ad accettare i rischi, personali e giudiziari, connessi alla affiliazione ed alle scelte di vita che essa implica? Le storie personali che emergono nei fascicoli giudiziari dimostrano che spesso alle fondamenta di tale scelta vi è il contesto familiare.

I genitori sono per tutti dei modelli di vita; in una famiglia in cui i figli vedono i genitori uscire tutte le mattine per andare a lavorare, tale modello positivo ispirerà la loro vita all’impegno, prima a scuola poi sul lavoro. Se invece, ad esempio, si vive in una famiglia dove lo spaccio di sostanze stupefacenti è considerato un “lavoro” e dove sin da piccolo si assiste – o addirittura partecipa – alla preparazione delle “dosi” da parte di genitori e parenti, è difficile che crescendo si possa avvertire il disvalore di tali condotte. E ancora, se si vive in un contesto nel quale l’arresto è vissuto come un “rischio calcolato” ed è normale andare in carcere a trovare un padre o un parente, o vivere costantemente i controlli della P.G. sulla detenzione domiciliare, ne consegue la percezione di “normalità” di una scelta di vita illecita, che pone di fronte al rischio di un arresto.

A conferma di ciò basti pensare che nella composizione dei clan si vedono spesso avvicendarsi le varie generazioni delle medesime famiglie; come un destino non scritto che traccia la strada dei più giovani sul sentiero già solcato dai nonni e dai genitori. È in tal senso che deve leggersi come inevitabile la scelta di alcuni giudici minorili e penali di togliere ai genitori la responsabilità genitoriale; si tratta dell’unico strumento che consente di allontanare il minore da un contesto criminogeno e di offrirgli una alternativa lecita di vita.

In altri casi, le storie personali che emergono nei fascicoli giudiziari evidenziano come alla base dell’avvicinamento dei giovani alla criminalità organizzata vi è il contesto sociale di provenienza. Invero, vi sono zone, sia nelle metropoli come Napoli che in alcune cittadine della provincia sia napoletana che casertana, dove la criminalità organizzata è fortemente radicata; essa costituisce un punto di riferimento storico che fa incetta di adepti di fronte a situazioni di povertà ed all’essenza di alternative di lavoro lecite fornite dallo Stato e dalla imprenditoria privata. L’assenza di mezzi economici per proseguire gli studi, la carenza di prospettive di lavoro stabile e regolare (ma a volte neanche precario ed irregolare) costituiscono un humus fertile per la criminalità organizzata che è radicata in quei contesti e che alletta i giovani con prospettive di guadagni facili ed immediati.

Sotto diverso profilo il forte radicamento socioculturale sul territorio, fa sì che la affiliazione al clan che controlla il territorio costituisca una sorta di “ascesa” sociale, un mezzo attraverso il quale i giovani del luogo ritengono di acquisire importanza agli occhi dei loro concittadini. Proprio questo spiega il fenomeno, già richiamato, delle “stese”, in cui gli affiliati, quasi sempre molto giovani, senza travisamento alcuno (e dunque con il rischio concreto di essere individuati ed arrestati) sfilano per le strade del quartiere in auto o su motocicli sparando – incuranti delle persone presenti – al fine di affermare il controllo sul territorio del clan di appartenenza.

Dunque, anche nei casi in cui sulla scelta di vita criminale pesa il contesto sociale di provenienza, uno strumento che previene la reiterazione dei reati è l’allontanamento dal contesto in cui la partecipazione criminosa è maturata; invero solo una realtà lontana e differente, che offra possibilità di inserimento in ambiti lavorativi leciti, può consentire di elidere il legame con il contesto in cui la affiliazione è maturata. Ma ancora più incisiva, in chiave preventiva, sarebbe la offerta, pubblica o privata, di forme di lavoro lecite che forniscano ai giovani una alternativa alla affiliazione a gruppi criminali, proprio nel territorio in cui questi gruppi operano. Invero, la forza delle associazioni criminali è quella di proporsi quali “datori di lavoro” affidabili, in grado di pagare le “mesate” e di offrire assistenza legale ed economica in caso di arresto; solo la prospettiva di una alternativa di lavoro lecita può intaccare tale forza.

di Federica Colucci

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  • #attualità
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  • #Vite dietro i fascicoli
Federica Colucci
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